La drammatica crisi abitativa attuale continua a mettere in ginocchio le città, più o meno grandi, segnando le vite di quanti continuano a non trovare soluzioni alla necessità di una casa in cui vivere o essere accolti. Nonostante si moltiplichino i segnali di allarme lanciati dalla società civile, la politica nazionale va in tutt’altra direzione approfondendo ulteriormente una disuguaglianza divenuta ormai insopportabile. Mentre la piaga degli sfratti imperversa indisturbata, il Governo approva un “piano casa” che condona l’abusivismo, permettendo di affittare cantine e sottotetti, riesumando una tipologia abitativa scomparsa dagli anni ‘70. Anche tutto il dibattito sulla “rigenerazione urbana” – che sembrava aprire una nuova prospettiva in tema di sostenibilità – è stato per lo più addomesticato, diventando uno specchietto per le allodole dietro cui nascondere le operazioni speculative della finanza immobiliare, spesso con la compiacenza delle amministrazioni locali. I fondi che il Pnrr destinava ad alloggi per studenti sono utilizzati soprattutto per finanziare studentati privati e ricezione alberghiera, riducendo ulteriormente gli spazi destinati alla residenzialità e all’abitare sociale già pesantemente ridotti dall’incremento degli affitti brevi turistici. Questa assenza di attenzione, questo vuoto nei confronti delle esigenze abitative e sociali del paese è il primo problema.
L’obiettivo che come Social Forum dell’Abitare ci siamo riproposti è di portare nell’agenda politica la necessità di un nuovo diritto dell’abitare adeguato alle necessità delle persone e delle comunità. Le città, i nostri territori sono la dimostrazione più evidente di questo vuoto di politiche che nella vita di tutti i giorni si trasforma in altrettanti vuoti materiali:
- le case popolari lasciate vuote a fronte di migliaia di sfratti e di richieste inevase;
- gli appartamenti destinati alla locazione turistica che svuotano città e quartieri di abitanti;
- le tante aree dismesse o abbandonate, gli edifici incompiuti, sottratti alla socialità, all’abitare o al verde;
- l’assenza di efficaci politiche per l’accoglienza e di contrasto alla grave emarginazione;
- la negazione del diritto alla residenza tanto agli occupanti quanto alle persone senza dimora;
- l’assenza di politiche per un efficace uso del patrimonio edilizio e delle risorse per migliorare le condizioni di lavoro, di reddito e i diritti di genere.
RIEMPIRE QUESTI VUOTI di vita e di nuovo significato, prendersi cura delle persone e delle comunità, praticare il diritto sociale all’autodeterminazione per rivendicare un nuovo modello di abitare e di relazioni sociali.
Gli stabili, le case, gli spazi, i luoghi sono l’uso che se ne fa. Il loro stato non è una condizione data e ineludibile, ma è un processo. Vale per i vuoti che ci circondano, case soprattutto e immobili residenziali, ma anche edifici industriali, locali, pertinenze, piazze, spazi verdi abbandonati che possono essere recuperati, anche per processi di inclusione sociale. Circa l’80% di questi spazi sono pubblici: rivendichiamo normative che ne prevedano la gestione sociale per riutilizzarli all’interno di un concetto di welfare che includa la cura della comunità.